La moda etica secondo Marina Spadafora

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Il 24 aprile del 2013 crolla il Rana Plaza, un edificio di otto piani nei dintorni di Dacca in Bangladesh, furono oltre mille le vittime e circa 2500 persone ferite vennero estratte vive dalle macerie. Erano principalmente operaie e operai di molti stabilimenti tessili che avevano sede lì anche per conto delle grandi griffe di moda occidentali.
A tutt’oggi è considerato il più grave incidente mortale nel settore tessile della storia umana.

All’indomani di quella vicenda nasce Fashion Revolution, movimento globale che chiede una diversa industria della moda, capace di rispettare i diritti umani, la sicurezza nei luoghi di lavoro, il giusto salario soprattutto per le donne e l’ambiente in tutte le fasi del ciclo produttivo.
Dal 2014 in Italia è attiva nel movimento anche Marina Spadafora, stilista dalla carriera internazionale e ambasciatrice di moda etica nel mondo.

Abbiamo dunque chiesto a lei se è davvero possibile conciliare la qualità con la sostenibilità e l’accessibilità anche nel mondo dell’abbigliamento e dell’industria tessile: “Assolutamente sì – risponde con un tono appassionato Spadafora – anche considerando che è un settore che coinvolge circa 70 milioni di donne e uomini che vi lavorano. Noi che consumiamo questi prodotti non possiamo non chiederci da dove arrivano, con quali materiali vengono realizzati, dove andranno a finire e con quale impatto sul nostro pianeta, e se c’è sfruttamento per chi li produce o lavoro minorile”.

Come hanno reagito i grandi marchi che mettono sul mercato abbigliamento a prezzi molto bassi?

Continua ad esserci grande resistenza soprattutto fuori dall’Europa, come i marchi del cosiddetto ‘Ultra fast fashion’ asiatico che sono molto grandi, sono aziende che da sole equivalgono a Zara e H&M messi insieme. Qui da noi con una piattaforma di 60 organizzazioni siamo riuscite a ottenere che la comunità europea dia avvio ad una strategia sul tessile, che prevede la ratifica entro due anni di tutta una serie di normative volte a rendere sostenibile il settore con l’idea di arrivare al 2030 ad avere nel mercato Ue solo prodotti durevoli e riciclabili, realizzati con fibre prodotte nel rispetto di diritti sociali e ambiente. Avere soprattutto norme chiare e trasparenti come avviene nei settori del cibo e della cosmesi.

EU TEXTILE STRATEGY 

Dall’altro lato ci sono i marchi di lusso, anche loro sono disposti a mettersi in gioco per essere etici? Come facciamo ad evitare il greenwashing?

In generale i marchi di lusso offrono più qualità e prodotti che durano nel tempo a differenza dei grandi marchi economici, e se compro un capo che mi è costato molto lo butto con meno facilità e quindi evito tutta una serie di sprechi. Ma indubbiamente i marchi di lusso sono stati i primi a portare altrove le produzioni per avere costi del lavoro più bassi, a scapito dunque dei diritti sociali ed economici. La pandemia ha in alcuni casi riportato a casa la produzione e laddove ci sono regole chiare ne trae beneficio tutta la filiera in sostenibilità e giustizia sociale.
Dobbiamo sensibilizzare le persone a chiedersi da dove arriva quello che stanno comprando.

Nella moda, più di altri settori, il ruolo delle donne è fondamentale, il vostro progetto sta riuscendo a sostenere l’emancipazione e la giustizia sociale soprattutto per le donne dei paesi meno sviluppati?

Permangono ancora molte diseguaglianze di genere in tutti i paesi del mondo, Italia compresa. Per questo il 19 luglio abbiamo lanciato una campagna che si chiama Good Clothes con l’obiettivo di raccogliere 1 milione di firme per chiedere che venga sempre rispettata una paga dignitosa, non minima, per i marchi che vogliono vendere in Europa. Questo perché in molti paesi la paga minima non è sufficiente a superare la soglia di povertà, soprattutto per le donne – che sono circa l’80% delle persone che lavorano nel tessile.

Lei collabora anche con Humana…

Sì, è un ottimo esempio di economia positiva. I vestiti e tessuti usati vengono raccolti, selezionati e rivenduti nei negozi Humana. Con i soldi raccolti si finanziano progetti nei paesi a basso reddito su tre focus specifici: l’educazione, la salute e l’agricoltura.
E con i tessuti che non possono essere rammendati o venduti per vintage/seconda mano, cosa si può fare?
Un ottimo esempio di riciclo è lo sminuzzamento dei vecchi tessuti per essere utilizzati come materiali di isolamento delle pareti, o anche per la produzione di panni per la pulizia.

NB:  il post non è soggetto di sponsorizzazione e/o di affiliazione con i soggetti titolari intervistati, l’intervista e i contenuti sono di pura divulgazione e informazione.