Asclepion

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Asclepion

“Ektoras” si svegliò con gli occhi coperti di sangue. Non sapeva dove fosse, perché di quelle ferite. Tentò inutilmente di alzarsi, ma il peso della corazza lo schiacciò a terra. Accanto aveva ancora un giavellotto e uno scudo. Ricordò confusamente una lotta, intorno i corpi esanimi di guerrieri uccisi.
Due barellieri lo portarono via. Visto il suo rango fu accompagnato nell’Asclepion di “Pergamo”. Non era il celeberrimo Asclepion di “Epidauro”, ma certo poteva essergli paragonato per l’efficacia delle cure.
Ektoras non era mai stato in un santuario salutare, anche se – come tutti – ne aveva sentito molto parlare. Lo colpì l’efficienza dell’organizzazione e la condizione di serenità che promanava dal luogo. Era riparato dai venti da un’alta collina, nelle cui pendici biancheggiavano le gradinate di un teatro, evidentemente gli spettacoli facevano parte della cura. Le stanze del riposo erano comode e spaziose.
Lo zio lo affidò a un sacerdote, che gli diede le prime disposizioni: “doveva purificarsi”; un bagno caldo, prolungato e distensivo; una dieta leggera, quasi un digiuno; un sonno profondo, favorito da sostanze che inducevano torpore e rilassamento.
Ektoras balbettò qualcosa di avverso. La bellicosità del suo spirito guerriero mal si confaceva con la soavità di quei colloqui e di quelle disposizioni. Nella sua vita era stato addestrato a superare le avversità con la forza. Quella del suo rango, del suo fisico, del suo coraggio. Disse che non voleva passare neanche una notte trattato come una giovane e indifesa fanciulla. Non credeva in quello che gli aveva detto il sacerdote e rifiutava quell’atmosfera silente, calda e ovattata. “Avrebbe preferito combattere”, ma oltre ad essere disarmato, aveva una gamba ferita e un generale malessere che lo spossava.
Ektoras fu preparato per “l’incubazione”, il sonno sacro in cui il paziente cadeva aiutato da potenti filtri (oppiacei probabilmente) attendendo che il dio comparisse in sogno per dare consigli ed elargire la guarigione. Profumi delle foglie di cui erano fatti i giacigli, fumi aromatici, serpenti che strisciavano tra i malati. Quella notte fu operato alla gamba. Un intervento chirurgico vero e proprio. Ma il sonno fu agitato e il sacerdote il giorno dopo non riuscì ad interpretare i suoi sogni. Doveva rimanere, rimanere ancora molti giorni. Non si trattava solo di rimettere a posto un arto probabilmente fratturato, ma di riconquistare il benessere perduto.
Con il passare del tempo, in un flusso continuo di giorni e notti, indistinte nella penombra di quei luoghi, *si convinse che i serpenti fossero lì per aiutarlo*, intuiva altre presenze, i sacerdoti certo, ma forse anche il dio stesso. Il silenzio lasciava andare la mente, sogni, sensazioni di leggerezza, offuscamento dei sensi, spaesamento.
Una mattina il sacerdote domanda ancora dei suoi sogni. Ektoras racconta. Il sacerdote interpreta. Dice che è stato fortunato perché è venuto a visitarlo Asclepio in persona, che ha indicato la via per la guarigione. Dovrà rimanere nell’Asclepion fino alla luna nuova, quando sarà completamente ristabilito.
Lo zio di Ektoras, che lo aveva accompagnato, ordina un sacrificio (un maialino), oltre alla munifica donazione che aveva fatto al santuario nel momento dell’arrivo.
I giorni passano e Ektoras ritrova le forze, ma soprattutto capisce come guarire, come si deve comportare. Capisce come vivere. La bellicosa irruenza del guerriero rimane, quando necessaria, ma ora apprezza la forza della natura anche quando porta benefeci di una sorgente calda. Il dio oltre a salvarlo aveva cambiato la sua mente. Anzi, *lo aveva salvato perché aveva cambiato la sua mente*.
Asclepio è un grande medico ed Ektoras ne diventa un fedele, devoto e riconoscente.

In Grecia gli Asclepion si erano diffusi inizialmente per “la cura dei feriti di guerra”. La medicina praticata era la somma di rudimentali cure chirurgiche e del benessere psicofisico indotto in forma quasi religiosa dalle premonizioni oniriche interpretate dai sacerdoti del tempio. Non esistevano differenze, “era medicina e sogni, insieme”.
Asclepio stesso del resto era stato salvato: bambino non ancora nato venne sottratto dal rogo su cui era posto il cadavere della madre con un parto cesareo (incredibile all’epoca). “Nacque sotto il segno del Fuoco”, un segno di regalità e di divinità. Asclepio, il dio-eroe, è il primo dei salvati, forse proprio per aver sperimentato il dono della salvezza diventerà capace di elargirla agli altri. Il centauro Chirone gli insegnò l’arte della medicina; “un’arte che non era medica, ma religiosa”.
Abbondanza di acqua, ricchezza di vegetazione, salubrità dell’aria: erano questi i requisiti perché nel mondo greco un luogo divenisse sede di un culto legato alle guarigioni; oltre, naturalmente, ad avere un collegamento con colui che i Greci consideravano il dio guaritore per eccellenza, Asclepio.
Epidauro, nella parte occidentale del Peloponneso, possedeva tutte queste caratteristiche e fu il primo e uno dei più importanti santuari salutari dell’antichità: già in funzione dal VI secolo a. C.
Il mito di Asclepio durerà nel tempo e si propagherà anche a Roma. Quando, nel 293 avanti Cristo, una terribile pestilenza colpisce la città, per debellare l’epidemia da Epidauro viene portato il serpente Sacro di Dio. La nave che lo trasporta risale il Tevere, attracca sulle rive del fiume e il serpente raggiunge a nuoto “l’isola Tiberina*”. Il luogo è segnato!
A Roma sarà quella la sede del culto di Asclepio e al centro dell’isola fu eretto un tempio sulle cui rovine fu costruita poi la chiesa di San Bartolomeo e infine nel Cinquecento l’ospedale Fatebenefratelli, attivo tuttora. Un luogo in cui il culto del dio salvifico si compenetra con la medicina moderna. A dimostrazione delle origini, sulla fiancata in pietra della nave che rappresenta l’isola Tiberina, c’è ancora adesso un bassorilievo, con “il bastone con attorcigliato il serpente sacro ad Asclepio”, che a Roma si chiamò Esculapio. Un simbolo che ancora oggi individua le nostre farmacie.